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20/08/2010

THE GHOST OF IWO JIMA - Italian Metal. it (ITA)

www.italianmetal.it
Non si può iniziare a parlare degli Anthenora senza mettere in primo piano la monoliticità e la potenza di fuoco che la band proveniente da Cuneo ha sempre fatto sue, come un credo in quella fede sonora che non scende a compromessi con chicchessia e che gradualmente si è accentuata di disco in disco. Da 'The Last Command' fino a 'The Ghosts of Iwo Jima' la combriccola motorock ha sempre più alzato il voltaggio della sua letale proposta musicale, concependo con questa ultima fatica un'ennesima prova di forza che i piemontesi doc vincono anche stavolta, anche se personalmente 'The Ghosts of Iwo Jima' tende a essere più "sofisticato" e meno immediato rispetto al precedente 'Soulgrinder', ma sempre e comunque attinente a quell'attitudine immarcescibile di veri defenders quali gli Anthenora dimostrano di essere da vent'anni a questa parte.
L'apertura di "Machine Gunner" è di quelle che possono assomigliare a una raffica di mitra sparata a distanza ravvicinata da un plotone d'esecuzione (d'altronde il cd è ispirato alla famosa battaglia nel Pacifico della seconda Guerra Mondiale - nda) e subito a risaltare sono il cantato di Gigi Bonansea, che si è fatto leggermente più sporco del solito, e il fatto che la band, ripresentatasi con una formazione rinnovata per 2/5, si riaffaccia sul panorama più aggressiva e cattiva che mai. Le chitarre hanno assunto un suono più corposo e bellicoso, con l'innesto di Danilo Bar (White Skull fra le sue referenze attuali) a dar man forte al già prezioso tocco di Stefano "Pooma" Pomero, così come le linee di basso si sono accentuate con l'arrivo di Marco "Kaste" Castellano, e tutto quello che ne esce fuori è una cannonata metallica che travolge qualsiasi cosa che trova sul suo cammino. "The Sniper" passa più lentamente sul campo di battaglia ma mantiene sempre altra la guardia con un Bonansea così incattivito che non si era mai (o quasi) sentito prima, scolpendo nella pietra la sua voce tra arcigni riffs e ritmiche degne di un mastodonte al passo in una verde giungla. I cambi di tempo si alternano con frequenza, incentivandosi nella parte centrale dell'assolo e rendono la song accattivante, anche se qualche piccolo dubbio sul ritornello permane anche dopo prolungati ascolti, visto che l'impostazione dello stesso non riesce a sollevare in me grandi soddisfazioni, come al contrario riesce a fare quello di "Valkiria", in cui Gigi Bonansea torna al suo consueto cantato melodico e acuto e le chitarre di Pooma e Bar si intrecciano in vorticosi assoli, sempre supportati dal vigoroso tappeto ritmico di Castellano e Smareglia che dà libero sfogo ad una varietà di cambi di tempi non indifferente anche in questo caso. Tonnellate di heavy metal vengono riversate in quel terremotante anthem che prende il nome di "The Old Guard", intriso di epicità sopratutto per quanto riguarda la parte del chorus - uno dei più belli che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi - il quale si presta spesso e volentieri a essere urlato a squarciagola immaginando la song riproposta in sede live. Un inizio a metà tra il ritmato funky e il più brutale smitragliamento metallico spiana la strada all'aggressiva "A Bridge too Far", ed è l'ultimo sussulto bellico prima che le note malinconiche di "Her Eyes" plachino le turbolenze finora ascoltate e permettano alle atmosfere più introspettive e riflessive di prendere campo nei nostri animi. Ma è la ritmata "Leningrad" il punto focale dove la macchina bellica Anthenora si rifà sotto con incisività in cui si materializza, nel frangente del rifferama, qualche ombra maideniana, senza comunque andare a invadere con sfacciataggine il perimetro consueto del combo piemontese. Senza infamia e senza lode la simil-ottantiana "Pathfinders", grazie alla buona cadenza di apertura e il consueto modulare della sezione ritmica ma un po' anonima nella fase di ritornello. Pesante come un macigno la seguente "Poseidon", dove chitarrone deliranti in stile Zakk Wylde bucano l'aria impietosamente, accompagnati dalla voce di un Gigi Bonansea sempre più preda di una rabbia cieca e decisi insieme a non far sconti a nessuno. E' proprio questo inasprimento dei suoni che, arrivati quasi al termine dell'ascolto di 'The Ghost of Iwo Jima', fa nascere il pensiero che tale disco sia da ritenere molto meno di facile presa rispetto al precedente 'Soulgrinder', complice anche la quasi totale assenza di ritornelli di facile assimilazione che sulla passata fatica erano presenti in maniera più marcata. E questo è evidente anche sull'ultima manciata di song composte dalla tenace "The War of the Rats", monoliticità allo stato puro, la tirata "Enigma" e l'altrettanto granitica e anthemica title-track che confermano quanto scritto poco sopra, ovvero sia che avvicinarsi al nuovo lavoro degli Anthenora e aspettarsi di esser rapiti come quattro anni fa significa veder smontate le proprie aspettative dopo pochi minuti. Questo non vuole essere assolutamente un atto di accusa gratuita verso un gruppo che si è sempre dimostrato capace di produrre un heavy metal potente e dannatamente classico come anche nel caso di questo 'The Ghost of Iwo Jima', casomai è soltanto una constatazione che a questo giro gli Anthenora son tornati più agguerriti e affamati di sangue ma pur sempre la solida e guerrafondaia truppa, con qualche colpo in canna in più.


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